
Si esce dalla Confederations Cup, e si esce che peggio non si può. Le tre pappine rifilateci dal Brasile (doppietta di Luis Fabiano e autogol di Dossena) fanno più male della sconfitta contro l’Egitto, perché per passare il turno sarebbe bastato insaccare un solo pallone alle spalle di Julio Cesar, sarebbe bastato non prenderne tre: solo due. Gli Stati Uniti, infatti, hanno nel frattempo conquistato una qualificazione disperata, battendo per tre volte quel portiere egiziano che qualche giorno fa c’era sembrato Lev Jascin. Tre gol in virtù dei quali gli americani ci hanno superato in differenza reti e andranno a giocarsi contro la Spagna una semifinale meno demeritata di quella che avremmo giocato noi. Se si pensa che, alla vigilia, in Italia si pensava al miglior modo per dare due gol di scarto al Brasile, tutta la faccenda si arrotola in un’amara vena ironica.
L’inferiorità degli azzurri contro i verdeoro è stata totale: tattica, tecnica, mentale e atletica. Tre quarti delle colpe di questa eliminazione (di cui, in fondo, non è che freghi tanto a nessuno) è del ct Marcello Lippi. Tatticamente: Lippi ha regalato il centrocampo ai palleggiatori brasiliani; il nostro possesso palla è stato sterile, andandosi regolarmente a schiantare contro il "proverbiale muro difensivo brasiliano" (leggasi: abbiamo fatto diventare il buon Lucio un piccolo Beckenbauer); avevamo la possibilità di far male sugli esterni e non abbiamo giocato sulle fasce prima della metà del secondo tempo. Tecnicamente: che Toni fosse un giocatore finito, tutta Italia lo aveva capito da almeno un anno; stesso discorso (o quasi) per Zambrotta; otto undicesimi dei giocatori umiliati ieri dal Brasile sono reduci dal trionfo di Berlino; Santon è stato sottratto all’under 21 perché gli si regalasse una breve vacanza in Sudafrica; Rossi e Grosso, gli uomini più in forma nelle due partite precedenti, non erano fra i titolari. Mentalmente: c’è poco da dire. La mia nazionale ha sempre fatto magre figure in giro per il mondo. Ma nelle partite importanti c’è sempre stata, ha sempre lottato, si è sempre fatta rispettare. Ieri no. E l’allenatore è sempre il primo responsabile dello stato mentale dei suoi giocatori. Atleticamente: è l’unico alibi che il tecnico può richiedere a sua discolpa (e lo ha puntualmente fatto): gli azzurri sono stati in ritiro per due sole settimane, al termine del più massacrante campionato al mondo. Sta comunque di fatto che gli altri, anche quelli che hanno giocato in Serie A (vedi Kaka fluttuare come libellula alle spalle di Pirlo e De Rossi), correvano più di noi.
Avevamo poche certezze. Qualcuna l’abbiamo persa. Quoque Chiellini e De Rossi: ci è rimasta solo la bandiera Buffon. Ed è difficile non vedere che stiamo arrivando a questi Mondiali senza un progetto e senza l’ombra di un’idea per ricostruire una squadra che andava rivoluzionata già nel settembre del 2006 (Donadoni ci aveva timidamente provato, ma alla fine non gli è stato permesso). A fine partita (partita?), Lippi ha sostenuto: "Dall’esterno devono stare calmi a spingere con i giovani, perché ci vuole anche l’esperienza in questo tipo di partite. Ci vuole personalità, esperienza, una certa abitudine a certe partite". Chissà perché, allora, abbiam perso contro undici giovanotti egiziani che i mondiali se li sono sempre visti in tivvù. Ai poster l’ardua sentenza.
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