
Quattro anni, centosessanta domeniche di passione, quattordicimilaquattrocento minuti dopo, Edy Reja abbandona questo Napoli di cui era stranamente divenuto l’anima, insieme a un sogno che continuava a coltivare a sessantatre anni suonati. Stranamente, dicevo. Perché per chi vive tra via Caracciolo e l’immenso interland del capoluogo campano, Gorizia – dove Edy nasce il 10 ottobre del 1945 – è un po’ come dire Vladivostok. Così come – immagino – la parola Napoli doveva suonare a Edy tipo Buenos Aires o Brasilia. Eppure, ci avevamo fatto l’abitudine – noi e lui. Noi ci eravamo abituati al suo sguardo accigliato sotto i capelli bianchi e le rughe abbronzate, alle interviste in giacca blu, cravatta blu, camicia a righe bianche e – ovviamente – blu. Ci eravamo abituati a quell’accento che da straniero era divenuto familiare, così come ci eravamo abituati ai lanci per Sosa, al 3-5-2, a Savini terzino, Montervino capitano e alla staffetta Denis - Zalayeta. Reja non è mai entrato nel cuore dei tifosi napoletani, non avrebbe potuto. Però era pian piano diventato il Napoli.
Questo non tanto per l’inverosimile numero di stagioni sulla panchina azzurra (ha eguagliato il record di Ottavio Bianchi). Quanto perché Edy Reja viveva lo stesso sogno a passi rigorosamente più lunghi della gamba che viveva tutta la gente di Napoli. L’azzurro, per lui, era l’apice di una carriera ch’era iniziata nel 1979 alla guida del Molinella (Serie D – provincia di Bologna) e che con tutta probabilità si sarebbe silenziosamente dissolta nel limbo che conserva le memorie di quegli allenatori che vanno bene in B e male in A. Lui, del vecchio, ha solo l’anagrafe. E allora a 59 anni torna in C per sposare un progetto su cui gravava il peso di vent’anni di fallimenti precedenti. Ai tifosi pare l’ennesimo coach che la perenne corsa verso il basso del Napoli avrebbe masticato e digerito male. Invece quello comincia a vincere le partite. Un metodo rivoluzionario, a cui nessuno dei precedenti allenatori del Napoli (a parte Gigi Simoni, ma questa è un’altra storia) aveva mai pensato. Quattro anni: un play off in C1, una promozione in B, subito una in A, subito una qualificazione in Intertoto.
A Napoli tornano le notti europee. I dizionari dovrebbero riportare questo esempio sotto la voce “utopia”. Edy dà uno sguardo – sempre accigliato – alla curva del San Paolo, piena come lo è sempre stata. Ma qualcosa ricorda tempi andati, che non pareva possibile potessero tornare. Lui è emozionato quanto tutti gli altri, forse un po’ di più. Oggi, avrebbe volentieri continuato a coltivare il sogno partenopeo e a stare appresso ai capricci degli attaccanti argentini. Ma con la sua razionalità friulana, avrà capito da tempo che il suo tempo è finito. Ora tocca a uno che ha appena smesso le vesti di ct della nazionale, non so se ci siamo spiegati. Reja resterà un buon allenatore, nulla di più, nulla di meno. Uno dei pochi, però, che un sogno l’ha vissuto e l’ha pure realizzato. Forse tornerà a Vladivostok, Reja, dalla sua gente. Ma la vecchiaia, a differenza di quegli altri, non saprà mai cos’è.