
“Malgrado il fatto che il mercato del lavoro sia in buona salute, continuano a crescere le difficoltà nel settore bancario”. È lucida e lapidaria la dichiarazione rilasciata domenica da John Miller, direttore generale di Nuveen Investment, una grande società americana specializzata negli aiuti finanziari. Un’analisi che, nella sua essenzialità, rispecchia fedelmente l’andamento dell’economia americana, che rischia di essere trascinata nel baratro della recessione a causa della sua naturale tendenza alle speculazioni avventate.
E ciò non sorprende affatto. Costretta a “superprodurre” per affrontare investimenti sempre maggiori e far girare il mercato, l’economia porta le grosse società creditizie statunitensi a gettarsi a capofitto in escamotage finanziari come i mutui subprime. Gli alti tassi di interesse di tali mutui sono stati sfruttati per anni dalle società creditizie per accrescere le proprie disponibilità finanziarie. Ma i debitori subprime hanno tipicamente storie creditizie fatte di inadempienze, pignoramenti, fallimenti e ritardi. In pratica, ci sono buone possibilità che quei soldi non vengano restituiti. I subprime, che nel 2006 capitalizzavano 600 miliardi di dollari e sui quali il mercato azionario speculava avidamente senza porsi il problema della loro innata rischiosità, sono dunque un esempio della necessità, da parte delle società americane, di stare al passo con i ritmi di un mercato che, per garantire sempre una produzione elevata, corre ben più veloce di quanto l’economia possa sostenere.
L’aggressivo mercato americano ha garantito per decenni che, tra le maggiori economie mondiali, quella statunitense stesse in vetta e trainasse tutti gli altri mercati. Questa dipendenza mondiale dalle speculazioni finanziarie americane ha portato i maggiori paesi industrializzati, proprio come negli anni della Grande Depressione, al concreto rischio di affondare con gli Stati Uniti nel caso di un crack che, proprio in questi giorni, sembra quanto mai ipotizzabile.
Sempre che, all’orizzonte, non si faccia largo la prospettiva di una nuova guerra, naturale serbatoio economico degli Stati Uniti.
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