Io provengo dalla Galassia AB1736988

Io provengo dalla Galassia AB1736988. Provengo da un viaggio interplanetario di anni 117. Sarete sorpresi di vedere che sono così bello. Questo accade perchè sul vostro pianeta solgono dipingere e descrivere gli extraterrestri come esseri verdognoli alti un metro e dieci centimetri, con grossi tentacoli o dita a illuminazione intermittente, un corpo viscido ed una irrefrenabile voglia di chiamare a casa. Nel posto da cui provengo la nostalgia non esiste. Il posto da cui provengo si chiama KL7. Nello stesso istante in cui vi sto scrivendo, il posto da cui provengo sta per implodere perchè tra gli abitanti della galassia AB1736988 ci sono stati dei problemi. Problemi non previsti.
In questo momento gli abitanti 18777353d9342h23 tengono in ostaggio quelli il cui codice finisce con il numero 4, perchè questi ultimi sono ritenuti geneticamente inferiori. Alcuni scienziati sono pronti a provarlo. Sono venuto qui per salvarmi la vita. Sono venuto qui perchè ho scelto un pianeta a caso, tra quelli che presentano forme di vita. Voi non lo sapete ancora, ma non sono pochi. Io voglio vedere cosa succede in questo posto. Io voglio imparare la comunicazione. Io voglio che voi mi diate alcune informazioni: quanti pasti fate al giorno? Di quanti rapporti sessuali avete bisogno per generare le vostre uova? Chi è Mastella? Io ringrazio voi, miei compagni di viaggio. Ma state in guardia. L'età del ghiaccio sta arrivando. Con simpatia, VIAGGIATORE 18777353D9342H24

venerdì 11 gennaio 2008

L'economia americana, un dorato castello di carte


“Malgrado il fatto che il mercato del lavoro sia in buona salute, continuano a crescere le difficoltà nel settore bancario”. È lucida e lapidaria la dichiarazione rilasciata domenica da John Miller, direttore generale di Nuveen Investment, una grande società americana specializzata negli aiuti finanziari. Un’analisi che, nella sua essenzialità, rispecchia fedelmente l’andamento dell’economia americana, che rischia di essere trascinata nel baratro della recessione a causa della sua naturale tendenza alle speculazioni avventate.
E ciò non sorprende affatto. Costretta a “superprodurre” per affrontare investimenti sempre maggiori e far girare il mercato, l’economia porta le grosse società creditizie statunitensi a gettarsi a capofitto in escamotage finanziari come i mutui subprime. Gli alti tassi di interesse di tali mutui sono stati sfruttati per anni dalle società creditizie per accrescere le proprie disponibilità finanziarie. Ma i debitori subprime hanno tipicamente storie creditizie fatte di inadempienze, pignoramenti, fallimenti e ritardi. In pratica, ci sono buone possibilità che quei soldi non vengano restituiti. I subprime, che nel 2006 capitalizzavano 600 miliardi di dollari e sui quali il mercato azionario speculava avidamente senza porsi il problema della loro innata rischiosità, sono dunque un esempio della necessità, da parte delle società americane, di stare al passo con i ritmi di un mercato che, per garantire sempre una produzione elevata, corre ben più veloce di quanto l’economia possa sostenere.
L’aggressivo mercato americano ha garantito per decenni che, tra le maggiori economie mondiali, quella statunitense stesse in vetta e trainasse tutti gli altri mercati. Questa dipendenza mondiale dalle speculazioni finanziarie americane ha portato i maggiori paesi industrializzati, proprio come negli anni della Grande Depressione, al concreto rischio di affondare con gli Stati Uniti nel caso di un crack che, proprio in questi giorni, sembra quanto mai ipotizzabile.
Sempre che, all’orizzonte, non si faccia largo la prospettiva di una nuova guerra, naturale serbatoio economico degli Stati Uniti.

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