Io provengo dalla Galassia AB1736988

Io provengo dalla Galassia AB1736988. Provengo da un viaggio interplanetario di anni 117. Sarete sorpresi di vedere che sono così bello. Questo accade perchè sul vostro pianeta solgono dipingere e descrivere gli extraterrestri come esseri verdognoli alti un metro e dieci centimetri, con grossi tentacoli o dita a illuminazione intermittente, un corpo viscido ed una irrefrenabile voglia di chiamare a casa. Nel posto da cui provengo la nostalgia non esiste. Il posto da cui provengo si chiama KL7. Nello stesso istante in cui vi sto scrivendo, il posto da cui provengo sta per implodere perchè tra gli abitanti della galassia AB1736988 ci sono stati dei problemi. Problemi non previsti.
In questo momento gli abitanti 18777353d9342h23 tengono in ostaggio quelli il cui codice finisce con il numero 4, perchè questi ultimi sono ritenuti geneticamente inferiori. Alcuni scienziati sono pronti a provarlo. Sono venuto qui per salvarmi la vita. Sono venuto qui perchè ho scelto un pianeta a caso, tra quelli che presentano forme di vita. Voi non lo sapete ancora, ma non sono pochi. Io voglio vedere cosa succede in questo posto. Io voglio imparare la comunicazione. Io voglio che voi mi diate alcune informazioni: quanti pasti fate al giorno? Di quanti rapporti sessuali avete bisogno per generare le vostre uova? Chi è Mastella? Io ringrazio voi, miei compagni di viaggio. Ma state in guardia. L'età del ghiaccio sta arrivando. Con simpatia, VIAGGIATORE 18777353D9342H24

mercoledì 18 febbraio 2009

Gianmarco Volpe diventa berlusconiano



Oggi pomeriggio, alle 18:00, Gianmarco Volpe diventa berlusconiano.
Notizie fresche dal pianeta dei vivi suonano inequivocabili: i comunisti non rimorchiano. Io e Gigi lo abbiamo deciso due giorni fa: quando pensi una cosa del genere niente rimarrà più come prima. E’ un po’ come Zarathustra che uccide Dio, cose così. Sono le basi, le fondamenta, le senti muoversi sotto i piedi. Devi cambiare casa.
Cambiare casa, appunto. Comincio dalle pareti. Via il poster del Grande Lebowsky, via quelli dei Radiohead e dei Pink Floyd. Via il cartello preso a Berlino: YOU ARE LEAVING THE AMERICAN SECTOR; via quegli altri due con scene di vita di guerra fredda. La guerra fredda è robba vecchia, giornali di secoli fa, gente saponificabile: la destra è panta rei, scorre come un’autostrada tedesca, si ricicla come un democristiano, o come i rifiuti nei paesi in cui vengono riciclati. La destra è movimento, movimento bieco, immemore, circolare, ma movimento. Tiro via pure il quadretto di Lisbona, un posto che ha ritmi di vita di sinistra, e pure il manifesto del concerto – a Las Vegas – dei Nirvana. Las Vegas, sì, è una delle cose di destra più riuscite in tutto l’universo. Da sinistroide sapevo pure com’era nata, Las Vegas: da destroide, non me lo ricordo più. Dicevo. I Nirvana sono ribelli, zozzi e capelloni. E allora i Nirvana a Las Vegas suonano un po’ come un atroce coito consensuale tra uno zingaro e una principessa belga. Feticismo politico. Metto tutto dentro un grosso cartone con sopra scritto: FRAGILE. Non ho ancora deciso se bruciarlo. Intanto però le mie pareti sono lisce e bianche come il culo di una finlandese. Ho fatto più in un quarto d’ora da berlusconiano che in ventitrè anni da progressista.
Sono un conservatore, adesso. Le cose si fanno chiare, le giornate sono scandite in unità di tempo, le mie vacanze sono già organizzate. I miei momenti ora si chiamano così: sveglia col cellulare; smart, parcheggio a pagamento, briefing, meeting, lunching, mi occupo di marketing, merchandising, franchising, oppure faccio l’avvocato, il notaro, il commercialista, leggo due fesserie sul sito di Leggo, sto su facebook, su badoo, su msn, su hi5, mi faccio parcheggiare la macchina, me la faccio riprendere, la porto all’afterhour, per trovare parcheggio me la dovrei magnà la macchina, dico cose di destra, sono scettico sul presidente negro, ascolto le ultime dei romeni, dico che vanno cacciati a calci in culo, che devono stare alle nostre regole, cena con una gran figa, e se non c’è me ne vado a macdonald, e se continua a non esserci mi infilo una canottiera – gialla, bianca, viola – vado in discoteca, c’è musica buona, un dj da sballo, c’è movimento, c’è figa, se ne trovo me la faccio al cesso, se non ne trovo – poi – me ne vado a troie.
Devo metter via i film. Faccio prima a metterli tutti dentro al cartone e a ripescarne un paio che possono andare. Penso di riprendermi Il braccio violento della legge e Il giorno dello sciacallo, ma sono vecchi, vale lo stesso discorso fatto per i poster della guerra fredda. La mano mi trema mentre butto via tutto Lynch. Ma adesso sono un conservatore, non mi piace quello che non posso capire. Via Kusturica, perché è zingaro, via i Coen che sono ebrei, via Kubrick, Bellocchio e tutti gli altri registi europei che son tutti comunisti. Mi resta solo Scarface, qualcosa di John Carpenter e un paio di gangster movie. Le tre mensole sono desolanti. Ma si respira un po’ di più qua dentro. Tanto, uno di questi giorni vado alla Mondadori a comprare un paio di film di Neri Parenti. E poi – su quelle mensole – ci sta bene qualche pianta grassa.
Le vacanze quest’estate le faccio al mare: o in Sardegna, o all’estero. Faccio le parole crociate sotto all’ombrellone, poi piglio il sole per sei ore, poi c’è sempre l’afterhours. Afterhour, pardon. La notte c’è lo spettacolo del villaggio turistico, un negro mi poterà un Cuba Libre, la notte è tempestata di stelle, di profumi, di desideri sulla punta della pelle. C’ho la camicetta di lino tutta sbottonata, i pantaloni rosa, il mocassino blu. Questa notte, magari, mi innamoro pure io. Mi metto sulla sdraio, mi passo una mano sopra al petto, con l’altra controllo se c’ho chiamate perse sul cel. A Roma, notti così, non ce ne stanno. Qui in Tunisia sono poveri quanto in Africa, però sorridono, son felici. Perché le loro notti sono silenti, dense, calde. Quando guardi il cielo, da questo angolo del mondo, non c’è nulla di cui aver paura, nulla di cui dubitare. Consiglierò a Gigi di venirci l’estate prossima.
I libri li brucio tutti. Non c’è nulla tra questa stuff di cui un conservatore possa aver bisogno. Un paio di copie di Men’s Health, qualche romanzo di John Grisham, di Dan Brown, cose così. Bastano e avanzano. Devo anche fare un po’ di pulizie tra le cianfrusaglie, le cazzate che mi porto dietro da ogni viaggio. Troppa robba in questa casa, una testimonianza lampante del palese fallimento d’un comunista in tempi di crisi dei subprime. Penso di poter essere una persona eccentrica anche da conservatore, ma la mia eccentricità è un tipo di eccentricità difficile da capire. Tipo. Ho una testa di duce accanto al letto. Dubito di poterla lasciare là, i miei futuri amici di Aenne potrebbero non capire. Il tagliacarte della Ddr, gli occhiali da sole a forma di boccali di birra, il colbacco bolscevico e il panama sudamericano: non posso portare a letto una figa con questa roba in giro per casa. L’unica cosa che lascerò sulla libreria è la matrioska formata dai giocatori del Napoli. Per il resto piazza pulita.
Divento berlusconiano per lo stesso motivo per cui sono diventato così come sono adesso. Per rimorchiare. Mi piacerebbe che le ragazze lo sapessero, che vedendo la mia libreria vuota capissero. Voglio vivere in mezzo alla gente, voglio essere dentro la folla, prosperare nella pancia del popolo. Voglio sentire calore, la vostra musica, il vostro sapere dove andare, in qualsiasi momento. Voglio avere una direzione, voglio avere un’idea precisa, voglio poter pensare d’avere qualcosa di nuovo da dire, voglio capire i tassi d’interesse e il mondo delle assicurazioni, voglio imparare a distinguere l’omini dai froci dai trans dai travelloni, voglio crepare in salotto, voglio tracciare linee divisorie dritte dritte, voglio crepare a centodue anni perché la vita è sacra, voglio crepare senza un peccato da scontare, candido e luminoso come il sole d’una mattina d’aprile, voglio galleggiare sopra la vita, con l’iPod dentro le orecchie e una canzone stupida dentro l’iPod. Sono Gianmarco Volpe. E mi rendo conto che volere, per me, è il primo risultato da conservatore. Qui a destra, si va avanti per risultati. Capire Battiato e i Cccp, lo lasciamo a voi.
La montagna di ciddì e vinili che possedevo l’ho caricata tutta in macchina di Gigi. Gigi mi accompagnerà, la lasceremo sul ciglio di una provinciale. Devo imparare, ora, a parlare per connessioni d’immagini, come l’americani. Mai più coordinate e subordinate: il discorso è una serie di pensieri carini da copiare e incollare nella testa del tuo interlocutore. Troppe vocali inutili, tra le mie parole. Troppi spazi sprecati, dentro le mie frasi. La vera cnqst del 20° sec. è ottimizz il tmpo. Unità di tmp, poke e bn definite. La vita è breve, nn rkordo manco + ki me lo disse. Xdere tempo è il peggio crimine cntr la vita, dp l’eutanasia e l’abrt.
Mo’ c’è un mukkio di tempo a disposizione per migliorarsi. Sn un novello, xò farò strd attraverso i risultati. Questa è la via capitalista. Questa è la sola via.
Nn c’è nulla di cui aver paura, nulla di cui dbtr.

venerdì 7 novembre 2008

Indovina chi viene a cena?



In genere non mi sento parte di nulla. La frammentazione è congenita nello spirito, nella mia generazione, nel mio paese. La millenaria difficoltà che gli uomini d'ingegno trovano di fronte alla possibilità di dire incondizionatamente "sì" trova rarissimi intervalli nella storia. Credo che la rivolta di Masaniello sia stato uno di questi. Dal canto mio, non partecipo a manifestazioni, il mio voto non ha certezze, i miei discorsi sono fluidi e - in genere - spero trovino poco seguito.

Oggi mi sento parte di qualcosa. Di una stanca generazione che trova più agevole pensare di poter cambiare il mondo piuttosto che abbandonarsi alla bieca rassegnazione che ha caratterizzato il postsessantotto italiano. Oggi sento di avere un mare di coraggio in più di prima.

mercoledì 5 novembre 2008

Messico, stragi senza fine per il narcotraffico - Articolo per Il Messaggero



CITTA’ DEL MESSICO (4 ottobre) – Ancora una strage in Messico. Altre 20 vittime a Juarez, nello stato di Chihuaua, dove la guerra senza fine tra i quattro cartelli dei narcotrafficanti ha fatto, negli ultimi due anni, 664 morti: una mattanza che non accenna a placarsi.

A Juarez. Francisco Segredo era un pensionato di origine statunitense, diventato famoso perché a Juarez aveva appeso ai muri della città alcuni cartelli nei quali chiedeva ai killer di non abbandonare i corpi degli uccisi vicino a casa sua. Ieri notte è morto anche lui, insieme ad altri 19 uomini. Tra loro quattro poliziotti, freddati con 71 colpi di kalashnikov. E con questi, il bilancio degli agenti ammazzati a Juarez, dove già si sente l’odore dell’America del Nord sale a 47. E parliamo solo del 2008.

L’ondata di violenza. Il Messico è in preda ad un’ondata di violenza che sembra non potersi più placare. Un’ondata legata al giro d’affari del narcotraffico. Ogni banda vede vicino il traguardo del controllo delle rotte che dal Sud America portano la droga verso il Nord, ora che i messicani si sono sganciati dai cartelli colombiani.

Il controllo del traffico. Prima era diverso. Per anni i messicani sono stati i corrieri dei narcos colombiani. A loro spettava il solo compito di eludere la sorveglianza degli yankees lungo il confine con gli Stati Uniti. Poi, i colpi subiti dai Cartelli di Medellìn e di Calì. I messicani si sono dunque organizzati e messi in proprio. Ed ora gestiscono un giro d’affari basato sul commercio delle metamfetamine, ma anche di eroina, cocaina e marijuana. Attraverso il Messico passano ogni anno il 70 per cento della cocaina e il 50 per cento della marijuana distribuiti negli Stati Uniti.

Il conflitto. Secondo il governo messicano è in corso un conflitto fra gli esponenti di almeno dei quattro Cartelli (Juarez, Sinaloa, Golfo e Tijuana) oltre che della temibile organizzazione dei Los Zetas (braccio armato del Cartello del Golfo) per il controllo degli stati di Sinaloa e di Ciudad Juarez, al confine Nord messicano.

L’alleanza fra Heriberto Lazcano, capo dei Los Zetas, e la famiglia Carrillo Fuentes, che gestisce il Cartello della droga di Juarez, è la vera novità di questa guerra senza fine. Tanto per dare un’idea, il capostipite della famiglia Carrillo Fuentes, Amado, era noto come “il signore dei cieli”: possedeva una flotta di 12 Boeing 727 con i quali trasportava la droga negli Stati Uniti. Dalla loro parte, assicura un rapporto governativo pubblicato dal quotidiano El Universal, si sono schierati anche i fratelli Alfredo, Alberto e Arturo Beltran Leyva, fino ad ora legati al Cartello di Sinaloa.

El Chapo. L’obiettivo è contrastare il potere di Joaquin “El Chapo” Guzman, boss del Cartello di Sinaloa, e del suo braccio finanziario Ignacio “Nacho Coronel” Villareal. Entrambi affiancati da due imprevedibili alleati: Ismael “El Mayo” Zambada (Cartello di Juarez) e lo storico avversario di El Chapo: Jorge Costilla Sanchez, numero due del Cartello del Golfo, in lite con Lazcano di Los Zetas.

A Tijuana ieri erano stati trovati i corpi di cinque persone morte per strangolamento: mani e piedi legati, la testa avvolta con nastro adesivo. In precendenza altri cadaveri erano stati ritrovati nella città di confine con la California con lingue strappate e teste tagliate. Altri corpi ancora erano stati sciolti nell’acido o appesi a ponti stradali.

Bollettino di guerra. Da lunedì sono 40 le vittime degli scontri fra gli esponenti dei Cartelli di Tijuana e di Sinaloa. Nei primi diciotto mesi di governo del presidente Felipe Calderon sono morte in modo violento più di 4.800 persone. Un contingente 36 mila militari è stati inviato due giorni nelle zone calde della guerriglia tra narcotrafficanti.

mercoledì 8 ottobre 2008

Diamo un'occhiata a Montecitorio


Ce ne dà l'occasione un uomo che, come direbbe un mio amico di Tel Aviv, è bello come-r-zole.

Matteo Brigandì è nato a Messina il 20 marzo 1952. E'un deputato della Lega Nord.

E' alto un metro e novantasei per circa centosettanta chili, laureato in giurisprudenza, è l'avvocato di Umberto Bossi. Scriveva Marco Travaglio, il 17 aprile: "Sempre a proposito di «buona amministrazione locale» e «motore riformatore», segnaliamo le imprese di Matteo Brigandì, leghista calabrese trapiantato a Torino, sedicente «Procuratore generale della Padania» nonché avvocato di Bossi, che nella sua veste di assessore piemontese al Legale (sic) è riuscito a farsi condannare in primo grado a 2 anni di carcere per truffa aggravata alla Regione Piemonte (cui dovrà pure risarcire 250 mila euro): nel 2003 regalò a un amico concessionario d'auto 6 miliardi di lire dei contribuenti per risarcirlo di falsi danni mai subiti in un'alluvione. Nel 2006, per premio, la Lega lo portò in Parlamento. Come sarebbe certamente accaduto in Baviera, se Brigandì anziché a Messina fosse nato a Monaco".

La scorsa settimana ha sviscerato dalla sua infinta mente una proposta alla Camera: i deputati della maggioranza possono diventare pianisti. Quando suonano i pianisti del Pdl vien fuori Bach, machedico, Mozart, machedico, Giuseppe Verdi, compositore dell'inno nazionale italiano. Ha cioè detto che i voti della destra dovrebbero valere per due, quelli della sinistra per uno. Non fa una piega.

Chissà perché il deputato dell'Italia dei Valori Antonio Borghesi non la pensa allo stesso modo. Così, durante la seduta del primo ottobre, ha deciso di ricordare a Brigandì il tempo da lui trascorso nelle patrie galere. Riprendo dall'Ansa: "Durante l'esame del collegato alla Manovra economica, dai banchi dell'Idv si era levata verso la presidenza della Camera la protesta contro i pianisti della maggioranza. A quel punto ha preso la parola Matteo Brigandì della Lega. «Non accetto - ha detto - lezioni da nessuno», aggiungendo che «se i deputati di maggioranza votano per due possono farlo per ragioni politiche, quelli di opposizione che attuano questa pratica lo fanno solo per intascare la diaria. E questo si chiama truffa». Immediata la reazione di Antonio Borghesi dell'Idv: «Chi ha appena parlato ha passato qualche mese nelle patrie galere». Brigandì, che ha un fisico possente, scatta dal suo banco e fila dritto come un treno verso il collega dell'Idv, bloccato da un gruppo di commessi prontamente intervenuti a bloccarlo a un paio di metri di distanza dalla preda. Tenuto per le braccia, Brigandì ha urlato a Borghesi: «Stronzo, infame, pezzo di merda, fascista», mentre dai banchi del centrodestra i deputati urlavano al dipietrista «Buffone, buffone». Al che il presidente Fini ha sospeso la seduta".

Matteo Brigandì è componente dei seguenti organi parlamentari:
- Giunta per le autorizzazioni;
- Commissione giustizia;
- Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa.

Grazie mille. Di cuore.

martedì 26 agosto 2008

Pellegrini: «Sono fiera del mio piercing al seno» - Articolo per Il Messaggero


ROMA (26 agosto) - Come Usain Bolt, che prima di tagliare il traguardo dei 100 metri in nove secondi e 69 centesimi con una scarpa slacciata si batte la mano sul petto, si ferma. Poi danza, urla al mondo chi è il più forte, al modo di Mohammed Alì. O come Michael Phelps, che vince otto ori in una sola olimpiade come se nulla fosse. Federica Pellegrini ha lo stesso spirito di questa nuova generazione di fenomeni che spingono un po' più in là i limiti della razza umana, sembrano irriverenti, ma solo perchè sanno perfettamente di essere più veloci degli altri. Federica lo ha dimostrato nei 200 stile libero, oro e record del mondo, tutto insieme. E non ha bisogno di pensare giorno e notte al modo in cui battere le sue avversarie.

Il piercing. Prima finisce sui giornali per aver conteso il suo attuale ragazzo, Luca Marin, alla sua avversaria, Laure Manadou. Ora racconta al mensile Ok Salute del suo particolare piercing, col quale l'anno scorso ha festeggiato il recordo europeo a Melbourne. «Sono fiera del mio piercing al seno», dice. Niente naso, lingua o sopracciglia, «Il capezzolo era quello che ci voleva per fare una cosa trasgressiva». Ma Luca non la pensa allo stesso modo. «E' una questione di gusti», spiega lei. Che del resto, al suo fidanzato e collega, aveva già dedicato un tatuaggio con la scritta Balu, soprannome del nuotatore.

I tatuaggi. La pelle della nuotatrice è però già avvezza alle decorazioni tanto amate dalla sua padrona. «Ho cinque tatuaggi. Il primo l’ho fatto a 14 anni, è un draghetto sulla caviglia destra: rappresenta il mio segno nell’oroscopo cinese. È stato il pegno di una scommessa fatta con mio padre, prima di una gara: lui sosteneva che non ce l’avrei fatta, e invece ho vinto... Non credo di farmi un altro piercing - racconta poi Federica - ma con i tatuaggi di sicuro non ho ancora finito. Ci penserò, magari, dopo Pechino...».

domenica 2 marzo 2008

Sezione musica - Radiohead: Fake plastic trees



Her green plastic watering can
For her fake chinese rubber plant
In fake plastic earth.
That she bought from a rubber man
In a town full of rubber plants
Just to get rid of itself.
And it wears her out, it wears her out
It wears her out, it wears her out.

She lives with a broken man
A cracked polystyrene man
Who just crumbles and burns.
He used to do surgery
For girls in the eighties
But gravity always wins.
And it wears him out, it wears him out
It wears him out, it wears him out.

She looks like the real thing
She tastes like the real thing
My fake plastic love.
But I cant help the feeling
I could blow through the ceiling
If I just turn and run
And it wears me out, it wears me out
It wears me out, it wears me out.

And if I could be who you wanted
If I could be who you wanted,
All the time, all the time...